Prove di quintetto in vista dei Play-off
Cosa spinge un allenatore che ha disposizione 2 dei primi 5 giocatori e 3 dei primi 25 giocatori al mondo a cambiare per 13 volte il quintetto durante una stagione NBA?
Follia? Compulsione? Schizzofrenia?
No dai, seriamente… Infortuni? Promesse disattese? Periodo di gestazione complesso?
Ci siamo quasi… una cosa sola: Equilibrio.
Erik Spoelstra non è matto, benchè a volte abbia degli sguardi interlorcutori e benchè sia molto spesso bersaglio di sorrisi per la sua esile figura a contrasto con colossi muscolosi e mediamente più alti di lui di 40 cm.
E’ un coach vecchio stampo, di quelli che si fa i foglietti prima delle partite, come babbo Riley insegna, e che segue il suo meticoloso piano partita deciso assieme al suo staff nelle riunioni pregara, adattandolo di volta in volta all’avversario, alla ricerca del giusto compromesso tra tatticismi, margini di manovra, talento dei suoi e organizzazione di gioco.
Equilibrio appunto.
Avendo in quintetto 3 entità inamovibili, ovvero una guardia realizzatrice come Dwayne Wade, un play/guardia/ala/centro fisicamente forte come Karl Malone e rapido come Kevin Johnson come LeBron James, e un ala forte che ama ferire di fioretto come Chris Bosh, l’equilibrio va trovato nei due spot del quintetto titolare rimasti scoperti, il playmaker e il centro.
Ora, è ovvio che di questi 13 starting five diversi proposti, una buona parte siano frutto di piccoli e fastidiosi contrattempi fisici che hanno scaraventato nei primi cinque per alcune partite James Jones per l’assenze di Wade, James e Bosh.
Ma la girandola di nomi che si è alternata durante l’anno nei suddetti ruoli ha coinvolto questi nomi: Carlos Arroyo, Mario Chalmers e Mike Bibby per quanto riguarda le point guard e Joel Anthony, Zydrunas Ilgauskas e Erick Dampier per quanto riguarda i centri.
Ognuno per una scelta tecnica ben precisa e con un suo perchè.
Il primo quintetto stagionale prevedeva un portoricano e un canadese affianco a tre quinti di quintetto di Team Usa.
Carlos Arroyo non è un fenomeno, in difesa è un anello debole, in attacco non ha tiro da allargare il campo, anche se in arresto e tiro è una sentenza e per giunta anche a playmaking non è che brilli, però si incastrava perfettamente negli Heat di inizio stagione, in cui il suo estro circonciso a particolari situazioni era utile nei primi Heat poco concreti e in fase di limbo.
E’ andato sotto con ogni Big nel suo ruolo per tutto il tempo, ma in attacco il suo ball-handling era prezioso quando ancora c’era il progetto di far di LeBron James il fulcro dell’attacco e c’era bisogno di supportarlo in tale trasformazione.
Per 42 partite, complici anche i problemi fisici poi divenuti comportamentali di Mario Chalmers che lo avevano di fatto escluso dalle rotazioni di coach Spoelstra fino gennaio inoltrato è stato una pedina preziosa nello scacchiere Heat, con Eddie House a farne le veci.
Poi Mario Chalmers è stato scongelato, quasi senza preavviso, ma in realtà per esigenze tattiche.
L’esperimento James da playmaker era stato accantonato, serviva un esterno più affidabile, fisicamente e non ma al contempo non ingombrante, che potesse portare palla o cederla senza però diventare inutile nella metà campo offensiva e in grado di tenere il proprio uomo in difesa.
Era il momento della stagione in cui Spoelstra aveva iniziato a chiedere anche a Wade di creare gioco subito dal palleggio.
L’occasione giusta per questo swicht si è presentata a seguito di un periodo non particolarmente felice, per dare un sterzata, ma nei piani del coach appunto per dare una veste tattica nuova a degli Heat ancora in trasformazione.
Nel giro di qualche giorno Arroyo era passato dall’essere lo starter, all’essere il cambio di Chalmers, per poi perdere progessivamente minutaggio anche a discapito di Eddie House.
Poi è arrivato Mike Bibby appena dopo la tradeline da svincolato, e dopo alcune gare di apprendistato nelle solide gerarchie Heat, a causa di un infortunio al ginocchio di Chalmers, è diventato l’ultimo playmaker titolare.
Era scritto dal giorno della su firma che sarebbe diventato tale, e ciò ha comportato la dolorosa (nel cuore di Riley e nella comunità ispanica di Miami) rinuncia a Carlito Arroyo.
Bibby differentemente da Chalmers offre più tiro, più regia, meno difesa, meno impatto fisico, ma al contempo una maggiore esperienza e più talento puro.
Ciò si sposa alla perfezione con il momento che stanno passando gli Heat di fine stagione, una complessa ricerca della maturità tecnica passando tra diversi alti e bassi che stanno restituendo i giusti incastri.
Con Bibby si apre maggiormente il campo, James e Wade sono arrivati a un buon punto di integrazione offensiva e anche difensiva per cui non occorre più avere un compromesso nella posizione di play tra uno che che porta palla o uno che può lasciarla senza diventare dannoso.
Loro al tempo stesso sembrano non litigarsela più, hanno ben chiaro i momenti della partita in cui possono gestire il pallone e Bibby è capace di creare qualcosa dal palleggio coinvolgendo Bosh o mettendosi in angolo e aspettare un comodo tiro.
Chalmers subito rientrato nei ranghi è diventato il backup pronto a uscire dalla panchina per dare un po di scossa fisica alla gara e il suo nuovo ruolo gli si addice a pennello, perchè quando è produttivo Spoelstra lo lascia in campo, mentre quando è su di giri torna a sedere, senza che ciò sbilanci troppo la squadra come accadeva prima.
Non è da sottovalutare il fatto che ognuno dei tre playmaker ha vissuto l’apice del suo ciclo da titolare in momenti di trasformazione piuttosto importante dei Miami Heat, di cui è stato in parte una chiave.
Gli Heat imprevedibili di inizio stagione, quelli più disciplinati difensivamente di metà annata e quelli più maturi di fine stagione.
Discorso simile per il ruolo di centro.
Si sono alternati Joel Anthony, Ilgauskas e Dampier in questo preciso ordine, per motivi tattici e cavalcando il momento di forma che stavano passando.
Joel Anthony è stato il primo, vuoi perchè pretoriano di coach Spo, vuoi perchè presenza difensiva in quel momento importante per le lacune di Chris Bosh, spaesato in un sistema difensivo organizzato dopo anni di non difesa in quel di Toronto.
Però dopo sole 10 partite è stato avvincendato a favore di Ilgauskas perchè in attacco era inutile se non dannoso e dava motivo agli avversari di non curarsi di lui concentrando gli sforzi del centro titolare alla difesa del pitturato contro gli incursori Wade e James.
Con Zydrunas Ilgauskas nella mischia dopo 1/8 di stagione gli Heat hanno vissuto il loro momento più fruttifero di vittorie e non è stato assolutamente in caso come osserva anche LeBron James.
La sua capacità di segnare con costanza da fuori, ci permette di aprire notevolmente il campo e non permette al suo avversario diretto di flottare troppo a centro area lasciandoci più libertà.
Semplice e corretto.
Ma Ilga non ha inciso solamente con il suo tiro da fuori, perchè è stato irreprensibile nel convertire a canestro, spesso in tap-in gli errori dal tiro di James e Wade dopo che avevano mosso la difesa avversaria.
L’esperienza del lituano è stata importante anche in difesa, dove negli anni ha sviluppato un intimidazione “a impatto atletico zero”, nel senso che non salta e non è rapido, ma ha senso della posizione e i suoi 221 cm mossi nel modo e nel momento giusto sono pur sempre tanti.
Di contro quando c’era bisogno di maggior energia nella propria metà campo, Joel Anthony era pronto ad entrare in campo diventando il barometro difensivo della squadra senza che gli avversari potessero specificamente giocare su suoi difetti offensivi per arginare al meglio i Big Three.
Anche perchè solitamente quando entrava in campo Joel, Miami era nel momento in cui chiudeva i varchi con Wade e James che si caricavano e caricavano i compagni con i loro contropiedi!!!
Ilgauskas è rimasto starter per 49 partite consecutive per poi perdere il posto a causa un infezione al piede che ha lanciato in quintetto Erick Dampier, arrivato di rincorsa a novembre inoltrato dopo essersi svincolato dai Bobcats.
Altro cambiamento tattico rilevante in questo caso, perchè come Anthony e Ilgasukas, Dampier ha caratteristiche particolari e del tutto differenti agli altri.
Grosso, muscolare, un centro di posizione difensivo, ruvido, poco mobile ma estremamente fisico, l’ideale da affiancare al Bosh in affanno di fine febbraio, quello che sbagliava ogni rotazione, anche la più elementare e stava offrendo il peggior basket della sua carriera.
Una mossa per risparmiarlo il più possibile dalla fisicità del gioco in area difensivo e renderlo più tonico e motivato per la parte offensiva.
Dampier da suo partner di reparto ha assolto a pieno il compito, con numeri ininfluenti in attacco, dovuti solo a scarichi o qualcosa raccolto nella spazzatura, ma ancorando di fisico e di peso il centro area nella propria metà campo, coperto in caso di necessità dalla solita energia di Joel Anthony, pronta a sprizzare da ogni poro, in caso di bisogno, mentre Big Z recuperare energie psicofisiche dal fondo della panchina.
Nell’ultima settimana però c’è stato un ulteriore avvicendamento con la ri-promozione di Ilgauskas a centro titolare e la spiegazione di ciò, la da in modo esaustivo Erick Spoesltra.
Il nostro gioco adesso è mutato di partita in partita.
Oggi abbiamo cambiato approccio, attacchiamo il canestro con molta più frequenza e Zydrunas è necessario per allargare il campo per continuare a fare ciò
Con una partita ancora da disputare di stagione regolare, la matematica certezza del secondo posto assoluto ad est ed il fattore campo fino ad un ipotetica finale di conference, Miami ha costruito, è cresciuta, passando da alti e bassi fino a trovare continuità, ha sperimentato, ha valutato, ha cambiato pelle diverse volte usando la specificità delle caratteristiche dei propri giocatori ed oggi Spoelstra ha finalmente trovato un equilibrio, che è la somma di quanto seminato durante l’anno.
Ad oggi, a poco più di due settimane di distanza dell’inizio dei Playoff, Miami ha il suo quintetto titolare definitivo: Mike Bibby, Dwyane Wade, leBron James, Chris Bosh e Zydrunas Ilgauskas.
Non lo dico io, lo dice sempre Spo.
Ad oggi mi sento a mio agio con queste rotazioni, anche se poi i minuti effettivi che giocheranno insieme dipenderanno dall’avversario che ci troveremo di fronte.
Ma sto avendo ottime indicazioni e non credo di cambiare i miei piani per l’inizio dei Play-off.

