Playoff Mode: il crocevia della stagione.
Analizzare questo scorcio, appena terminato, di Regular Season, significa scontrarsi indiscutibilmente contro condizionamenti e giudizi che poco hanno a che fare con l’obiettività, apparendo gli stessi singolari e meramente personalistici.
Il compito è particolarmente gravoso, difficile, per certi versi anche ingrato poiché, per forza di cose, ci si trova a doversi confrontarsi con una statistica che parla ed esprime un verdetto da sé: dopo la pausa dell’All Star Game, i Miami Heat hanno collezionato 20 vittorie e ben 13 sconfitte, contro un inizio, ampiamente positivo, di 26 successi e di “sole” 6 debacle.
Una statistica poco gratificante, non incoraggiante specie se la si relazione ad un team, che per incombenze varie, è sempre nell’occhio della critica e dei detrattori, che a vario titolo, hanno più volte puntato il dito tanto sui singoli, in primis coach Erik Spoelstra, tanto su un sistema di gioco che stenta ancora nel farsi apprezzare unanimemente.
L’opinione collettiva è divenuta addirittura feroce e sprezzante, relazionandosi con la striscia negativa di pesanti sconfitte raccolte contro dirette concorrenti al titolo, quasi come a simboleggiare un’inferiorità palesatasi apertamente durante il corso della stagione regolare.
Alcune di queste poi, hanno descritto e rappresentato anche una penosa involuzione in quelli che sono i capisaldi dell’impianto modellato da Pat Riley: la strutturazione, marcatamente difensiva del team, e lo spirito di abnegazione e sacrificio che non ha mai esentato nessuno, nemmeno i Big Three.
Tralasciando per un attimo il principio dell’oggettività, credo che troppo spesso si sia calcato la mano anche nell’esprimere giudizi catastrofici ed apocalittici.
Ben vengano le critiche, assolutamente comprensibili, per la pochezza di prestazioni non all’altezza del blasone e degli obiettivi degli Heat; così come appaiono sensate anche i dubbi legittimi in ordine ad un sistema offensivo che stenta a decollare per spettacolarità e fascino.
In effetti stati di panico e di preoccupazione ce ne sono stati, e di parecchi, specie per l’alternanza e la contraddittorietà delle prestazioni e dei risultati raccolti.
Troppo spesso difatti, durante la stagione, è andata di scena la degna rivisitazione, sportivamente parlando, dello “strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hide”. Farsi quindi un’idea sull’effettiva consistenza e sulla compattezza dell’intero apparato dei Miami Heat, è particolarmente difficile, proprio per i diversi atteggiamenti e le indicazioni di rottura, con quelle precedentemente maturate, susseguitesi nel corso delle gare.
Tuttavia però non bisogna mettere nel dimenticatoio quella scorta accumulata a metà stagione di buone indicazioni, né tanto meno accantonare, troppo frettolosamente, esigenze di tenuta atletica che possono, in ogni caso, aver avuto la precedenza, specie in considerazione di una stagione particolarmente logorante e compressa, così come lo è stata quella attuale.
Troppe volte, difatti, Miami è sembrata sulle gambe al cospetto delle avversarie di turno; tante sono state le cadute e le dipartite che hanno avuto conseguenze reali anche nelle motivazioni e nella solidità dell’ambiente. Se si è riusciti però ad uscire da questo stato di frustrazione, il merito va attribuito unicamente al gruppo, che mai si è sfaldato intorno al coach di origine filippino, contro cui, forse troppo incautamente, si sono indirizzate critiche nella gestione dei giocatori.
Se gli Heat poi, dopo aver, senza imbarazzi, messo da parte il periodo nero si siano effettivamente ritrovati nella loro pienezza, lo si scoprirà solo attraverso il cammino in post season, dove, per evidenti necessità, diversa dovrà essere l’intensità di gioco ed assolutamente differente l’approccio alle singole gare.
Intanto però, c’è da dar credito alle scelte adoperate in sede di gestione atletica del gruppo. Allo stato attuale Miami conta di 15 giocatori al Roster nella migliore condizione possibile.
Virtuosa quindi è stata la decisione di preservare i singoli nelle ultime apparizioni di stagione regolare, specie comparandola con chi, per esperienze e struttura, è più incline ad infortuni.
Dwyane Wade, in particolare, è stato ampiamente risparmiato ogni qualvolta non al meglio della condizione, o alle prese con piccole vicissitudini di natura fisica. Avere il prodotto di Marquette in forma e nella condizione ottimale, significa possedere dalla propria un pacchetto incommensurabile di talento da gestire a proprio piacimento, oltre ad un atleta che fa delle sue caratteristiche atletiche, i punti di forza del proprio repertorio. Considerando anche l’effettiva trasformazione nelle prestazioni e nelle statistiche di Wade durante i Playoffs, può risultate chiaro come la valutazione adottata appare ancor più apprezzabile…
Discorso a parte, invece, meritano Mike Miller ed Udonis Haslem. Gli ex Gators, difatti, rappresentano, allo stato dei fatti, tasselli ulteriori su cui puntare con assoluta certezza, oltre ad essere valori aggiunti rispetto alla scorsa off season, dove, per esigenze ed infortuni vari, mai Erik Spoelstra ne aveva avuto la piena ed assoluta disponibilità.
La versatilità di Miller, difatti, ben potrebbe essere la soluzione ai potenziali problemi difensivi che possano palesarsi nel corso delle serie di Playoffs; la sua dinamicità e la volizione a rimbalzo ne fanno soprattutto un “acquisto” importante in un sistema che, per rendere al meglio, deve sprizzare intensità a menadito. Inoltre, la sua straordinaria capacità nel tiro, ben si adatta alle situazioni di emergenza offensiva che si susseguono di sovente, oltre a rappresentare un presupposto basilare per aprire il campo al talento dei singoli.
Inutile poi soffermarsi sull’importanza nel sistema Heat del capitano di Miami: appare sprecato perfino elencare ancora una volta tutte le qualità difensive di cui dispone, che si aggiungono a quelle diverse, ma non meno importanti di Shane Battier, specialista difensivo come pochi, pretoriano di un manipolo di combattenti pronti a spendere finanche l’ultima energia in corpo.
Non tutti i mali vengono quindi per nuocere: messe da parte le giustificabili preoccupazioni, differenti potrebbero essere gli stati d’animo proprio in virtù di tali considerazioni.
Piuttosto complesso invece è il discorso in ordine agli aggiustamenti continui che si richiederanno a coach Spoelstra, su cui si baseranno le future ambizioni degli Heat e su cui sarà necessario lavorare, non solo in ogni singola gara, ma anche in relazione ai differenti momenti della stessa.
Mettendo da parte i discorsi tecnici, appare logico attendersi una migliore e più congeniale fluidità di manovra, ed una differente gestione offensiva dei possessi, cui, mio avviso, bisogna sempre anteporre il talento dei singoli. Fattori quali contropiede e ripetuti isolamenti non sempre pagano in particolari condizioni, come purtroppo abbiamo provato sulla nostra pelle.
Fondamentale, sotto tale aspetto, sarà il ruolo che vorrà occupare Chris Bosh, ago della bilancia dell’attacco Heat, la cui volizione ad andare a canestro sembra essere crescente, direttamente proporzionale al suo impegno difensivo.
Di contro però, i Miami Heat dovranno confrontarsi contro un dato che appare poco lusinghiero: il record stagionale ottenuto, difatti, costringe LeBron James e compagni a non avvalersi del fattore campo contro dirette contender quali Chicago, San Antonio ed Oklahoma City. Il significato spiacevole di questa statistica è reso ancor più grave dal cammino esterno degli Heat, di poco superiore al 50% di vittorie ottenute, contro quello interno, in assoluta controtendenza, dove sono state solo 5 le sconfitte casalinghe.
Ribaltare tale fattore significherebbe intraprendere il giusto viatico verso la conquista finale: passerà necessariamente da qui il cammino, si spera vincente, della nuova ricorsa dei Miami Heat.
La cavalcata dei Playoffs rappresenterà quindi il crocevia essenziale, necessario, per permettere finalmente ai Big Three di ricoprirsi di gloria e di onori.

