Pacers 94 – Heat 75
Gli Heat cadono, e il tonfo che fanno sul suolo della Conseco Fieldhouse di Indianapolis è assordante.
Oltre a perdere tecnicamente e tatticamente, Miami perde anche la faccia, per mano, triste a dirlo, della sua bandiera e uomo franchigia Dwyane Wade, che ha vissuto una notte dei record… ma al contrario… segnando la miseria di 5 punti con 2/13 al tiro, 5 palle perse, per la prima volta in carriera senza segnare nel primo tempo, ed a tutto tondo alla peggior prestazione in maglia Heat della sua carriera quasi decennale.
Oltre alle cifre e un impatto nullo, ha colpito di lui l’atteggiamento, del tutto sconnesso al resto della squadra evidenziato anche in gara 2, ma venuto propotentemente alla luce nel corso di gara 3, iniziata male, e finita peggio, specialmente nel cuore del 3° quarto quando l’ex Marquette ha avuto un alterco, subito ripreso dalle telecamere con Erick Spoelstra.
Ma addossare esclusivamente la colpa al nativo di Chicago sarebbe un pretesto troppo semplice per spiegare la caduta degli Heat sotto i colpi dei caparbi Pacers: per Miami non ha funzionato niente.
Percentuali orribili dal campo, 37% al tiro, il tiro da tre che continua a essere un problema, 4/20 in totale, difficoltà a trovare gli spazi giusti in attacco in contumacia all’assenza di Chris Bosh che rischia di pesare come un macigno nella serie, oltre ogni aspettativa.
Ad oggi Miami è una squadra spenta, senza idee, a cui sono venuti meno i principi che nei mesi scorsi ne avevano decretato il successo.
Può davvero l’infortunio di Chris Bosh aver cambiato così in peggio gli Heat?
Vedendoli giocare sembra proprio di si.
Unico a salvarsi dal naufragio è Mario Chalmers che con 25 punti frutto di 10/15 al tiro è l’unico Heat a dare qualcosa in termini tecnici e di attributi, vestendo a tratti anche i panni che dovrebbero essere cuciti addosso a Dwayne Wade.
I Pacers hanno marciato con grande determinazione sopra le macerie dei “Brons”, grazie specialmente alla prestazione monstre di Roy Hibbert da 19+18+5 stoppate che ne sanciscono il ruolo di “chiave” della serie.
Sembra di essere tornati alle finals dello scorso anno dove Tyson Chandler con il suo apporto sui due lati del campo teneva in scacco gli Heat che progressivamente perdevano fiducia.
Hibbert ha ancorato il centro area, permettendo ai Pacers forte pressione sulla palla, e di non essere mai scoperti alle penetrazioni di James o Wade che si sono dovuti accontentare di tiri e scelte discutibili dai 5 metri anzichè aggredire il ferro.
Questo, a cui va aggiunta la cronica, oramai, incapacità per Miami di trovare soluzioni dalla lunga distanza con i gregari, è la sintesi tecnica di gara 3.
Eppure Miami era partita anche bene, grazie a un primo quarto intenso e reattivo con LeBron James e Mario Chalmers che portavano avanti i propri compagni di South Beach dopo la classica partenza shock della squadra che in trasferta si scontra contro l’atmosfera della squadra che gioca in casa.
Subito 11-2 Pacers a cui poi gli Heat fanno seguire diverse soluzioni vincenti appunto del duo Chalmers-James con qualche zampata di Mike Miller e Joel Anthony.
Indiana si sveglia e con David West si rimette a macinare gioco in attacco e successivamente con George Hill trova i canestri pesanti per tornare a contatto e mettere anche il naso avanti dopo essere stati in svantaggio per 9 lunghezze sul 26-17 con cui si è concluso il primo quarto.
Per Miami iniziano a venire a galla le prime avvisaglie di quello che sarà il disastroso 3° periodo che vanifica quanto di buono espresso nel primo tempo, chiuso in parità sul 43-43.
Come successo anche in gara 1, fatale è stato il rientro dal riposo lungo. Il dominio di Indiana nel quarto va oltre il semplice parziale di 26-12.
E’ prima di tutto una vittoria tattica, resa più semplice anche dai problemi degli Heat di avere qualità offensiva, senza l’airone Bosh e con Battier, Jones, Miller a livello pornografico (di quello scadente tra l’altro).
A complicare il tutto anche le parole volate da un furibondo Wade (per cosa poi? stava giocando da cani…) in direzione Spoesltra che ha minato l’integrità della squadra nel momento cruciale della partita e che forse ha compromesso la serie.
I Pacers dal canto loro hanno insistito nel rigirare il coltello nella piaga putrescente degli Heat, con West a fare spessore in area, Hill a punire ogni singola incertezza degli esterni, Hibbert a produrre secondi possessi offensivi e rendere inaccessibile l’area difensiva e fare propria la battaglia sotto i tabelloni.
Gli Heat a cavallo tra 3° e 4° periodo provano, con l’unica reazione di orgoglio mostrata nella gara, a tornare mentalmente in partita, ma con il solo Chalmers e “accenni” di James non è sufficiente ad impensierire i Pacers che controllano il punteggio e volando anche a +20 chiudendo la partita già con ancora altri 5 minuti da giocare con i canestri di Hill.
Cosa ne sarà degli Heat?
LeBron e soci non si erano mai trovati in questa situazione, forse nemmeno nella serie di finale contro Dallas. Uscirne è dura, mentalmente è difficile sterzare e reindirizzare la serie, specie se la qualità del gioco è questa, specialmente se il contributo di chi con il proprio mattoncino dovrebbe fare la differenza viene meno e chi deve trascinare la squadra lotta contro se stesso, il coach, la squadra.

