L’organizzazione societaria e la gestione del gruppo: il trionfo degli Heat ha radici lontane.

Poco più di un mese fa, i Miami Heat hanno celebrato il secondo titolo NBA della propria storia, mettendo a segno, forse nella maniera più fragorosa possibile, un successo che ha catalizzato inevitabilmente le luci della ribalta e le attenzioni, non solo verso contenuti di carattere tecnico, ma soprattutto verso argomenti di contorno, extra sportivi, che hanno accompagnato per tutto l’anno la cavalcata degli uomini di Erik Spoelstra verso il trionfo finale.

Trenta giorni in cui tutto o quasi è stato passato in rassegna, scandagliato, quasi vivisezionato, sviscerato nelle analisi più disparate, accomunate però da un elemento che ha finito per incanalare tutte le osservazioni degli addetti ai lavori in un’unica direzione, nel luogo in cui si è consacrato agli occhi del mondo il dominio tecnico di LeBron James, ed in cui si è consumata al tempo stesso, la più cruenta e feroce rivincita contro chi ne ha sempre osteggiato valore e leadership.

L’investitura, la glorificazione dell’universalità del gioco di James e la celebrazione del suo primo titolo da protagonista è derivata da un’evoluzione lenta, graduale, ma forse per questo completa, totale. E’ iniziata più di un anno fa, per sua stessa ammissione, ed è proseguita nel segno dei tanti alti e bassi succedutisi nel corso della Regular Season, lì dove desolazione ed entusiasmo troppe volte si sono alternati nelle emozioni e nelle sensazioni di tutti i tifosi Heat.

Eppure, dietro il successo personalissimo di LeBron James, cui si lega in maniera indissolubile il secondo trionfo della franchigia di South Beach, ed a cui giustamente si sono assegnati titoli ed articoli in qualsiasi angolo del mondo, si cela un’organizzazione societaria e di squadra strutturata in maniera impeccabile dal “deus ex machina” Pat Riley, che ha plasmato in modo anche militare l’anima e lo spirito di un team che ha oltrepassato troppe volte l’orlo del baratro per non conoscere la vera gloria e le meritate onorificenze.

Già con il cominciare della stagione regolare, avevamo esordito su We Want Heat, sottolineando in maniera netta il carattere di continuità che si era voluto imprimere alla gestione: la rinnovata fiducia ad Erik Spoelstra, i rinnovi di Mario Chalmers e James Jones, la rinuncia ad utilizzare la amnesty clause nei confronti di Mike Miller, nonostante i tanti infortuni che purtroppo ne hanno caratterizzato il rendimento.

Un chiaro segnale di distensione, l’avviso ai naviganti che la rotta intrapresa, sebbene con i dovuti accorgimenti e frenata da brusche e repentine fermate, è quella giusta: nessuna scelta dunque drastica e popolare, nessun capro espiatorio offerto in sacrificio magari per alleggerire il carico delle colpe e delle pene, nessun alibi donato misericordiosamente ai protagonisti mancati.

Si va avanti uniti, tutt’insieme, ciascuno con le proprie responsabilità, ognuno con le proprie debolezze da superare, con i propri aspetti del gioco da migliorare, e perchè no, anche con i dovuti accorgimenti da apportare ad un sistema di gioco ancora in via di definizione.

L’impronta, come al solito, è stata risoluta, preponderante, quasi come a rimarcare la strada, il viatico da intraprendere verso quello che, prima o poi, lo si sarebbe raggiunto con l’impegno, con il sudore ed il sacrificio, grazie alle tante motivazioni ritrovate, attributi che certamente arricchiscono il contesto del gruppo, necessari in uno sport di squadra e senza i quali, il talento a nulla serve, se non a rivestirti di gloria effimera.

Ebbene, è proprio questa la direzione che ha ispirato i singoli a lavorare sodo, a mettere da parte frustrazioni e delusioni, ed a concentrarsi sugli aspetti manchevoli del proprio gioco, anche mettendo da parte individualismi ed egoismi che, come si è visto, poco hanno a che vedere in un contesto vincente.

Sotto tale aspetto, significativa è stata l’acquisizione di Shane Battier, il difensore ideale da inserire nel contesto marcatamente difensivo voluto da coach Spoelstra, ma soprattutto l’uomo giusto per consolidare ancor di più l’etica e l’anima del team: giocatore versatile, duttile, dotato di una straordinaria intelligenza e di spiccate doti morali. Il tassello giusto per fortificare gli assetti dello spogliatoio e le linee guida volute dal coaching staff.

Il risultato è stato già gratificante con le prime battute di stagione regolare, banco di prova utile per testare le nuove e rinnovate spinte motivazionali, il solito carattere difensivo impartito al gioco, e soprattutto la ritrovata convinzione in un gruppo che non è stato assolutamente inflazionato da direttive gestionali che mai hanno cavalcato le istanze popolari del momento, ma che anzi ne hanno salvaguardato l’unità, la coesione e l’integrità di un collettivo che, rassicurato negli intenti, ha continuato a percorrere senza sosta il percorso tracciato dall’alto.

Con le dovute preoccupazioni, però, non sono tardate ad arrivare battute d’arresto inquietanti, specie contro dirette contendenti al titolo, motivo di allerta per qualche black out di troppo che nuovamente aveva destato allarmismi ed apprensioni per atteggiamenti di remissione che mai si erano visti prima di allora.

Ancora una volta però il gruppo non si è sfaldato, deteriorandosi al corso degli eventi ed al notevole cumulo delle critiche, anzi, si è rinsaldato negli intenti, ritrovandosi nello spirito e superando le avversità del momento con il solito piglio e la solita determinazione, attraverso il duro lavoro del campo e per mezzo di continui meeting, anche segreti tra i giocatori, per analizzare ogni singolo problema, finanche le minime difficoltà individuali e collettive palesatesi nel gioco.

La spinta emotiva, la caparbietà, la testardaggine, la durezza mentale, sono tutti corollari nati da queste situazioni di pericolo, incentivate come sempre dalle continue critiche, talvolta anche ingenerose. La squadra però ha saputo sempre ritrovarsi, uscendone rafforzata dopo ogni caduta, maggiormente fortificata nell’atteggiamento, nel carattere, nello spirito, nella determinazione.

Come non ricordare, all’uopo, le angosce patite negli ultimi Playoffs: dal disastro sfiorato contro i Pacers, passando per il terrore nella serie contro i Celtics, all’impatto non certamente lusinghiero in gara 1 delle Finals contro i Thunder. Situazioni in cui ci si impiega poco a puntare il dito, a tirare affrettate conclusioni, a catalogare come fallimentare un ciclo, magari facendosi trasportare dall’onda emotiva del momento.

Ma è proprio in questi determinati contesti, in queste condizioni al limite, che i Miami Heat hanno saputo ritrovare la tenacia e l’autorevolezza di guardare avanti, di superare l’ostacolo e di virare a dritta, attraverso il lavoro certosino del coaching staff ed un lavoro di impegno e sacrificio che non ha esentato nessuno.

E’ solo sulla base di tali presupposti che si è finalmente raggiunta la piena maturità, l’ideale equilibrio tattico e l’adatto atteggiamento mentale che ha permesso a LeBron James e compagni di ricoprirsi di gloria ed onori, spazzando via il campo da disarticolate congetture e da equivocanti prese di posizione.

La strada per arrivare al successo è stata dunque articolata, tortuosa, complessa, finanche complicata nel finale da infortuni che a vario titolo hanno messo a repentaglio la labile posizione di un gruppo di comprimari, troppo spesso al centro delle critiche, poche volte esaltati per la loro effettiva dimensione in un contesto di squadra dove appare rilevante e funzionale lavorare lontano dalle luci della ribalta, preparando il campo per il talento altrui, attraverso giocate di hustle, d’intensità, di aggressività, e perchè no, non disdegnando nemmeno soluzioni personali che all’occorrenza hanno avuto un carico determinante di importanza nello scardinare gli equilibri e l’inerzia del match, specie nelle serie finali di questa straordinaria cavalcata.

Il successo degli Heat affonda le proprie radici in un’organizzazione gestionale improntata ad ottimizzare ogni risorsa a disposizione, segnata da precise direttive in cui l’etica, il lavoro sul campo, la riconoscenza, l’importanza del gruppo vengono prima di ogni altro aspetto. Mi riferisco anche alla così detta “loyalty”: termine troppo spesso adoperato impropriamente nel rappresentare la spiritualità di un contesto di squadra, ma del quale solo pochi team possono effettivamente fregiarsi…

 

 

Arison, Spoelstra e Riley si godono, meritatamente, il momento…

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