La rivincita di Erik Spoelstra
Tra gli Head Coach che lavorano nella lega, nessuno, negli ultimi 2 anni, ha dovuto sopportare la pressione che ha avuto coach Erik Spoelstra sulle spalle allenando i Miami Heat di LeBron James, Dwayne Wade e Chris Bosh.
Vi avviso subito che sono di parte, e in quanto tale probabilmente inascoltabile, visto che sono stato uno dei pochi, se non il solo, sempre schierato dalla parte del coach nel corso di queste due interminabili stagioni post-decision.
Su di lui gravavano forti dubbi legati alla sua incapacità di gestire un gruppo talentuoso e pure male assortito, ritenendolo una marionetta nelle mani di Pat Riley ponendolo come vittima sacrificale delle eventuali bizze del prescelto in caso di fallimento del progetto propostogli.
Dopo la finale persa contro i Dallas Mavericks nel 2011 aveva colto di sorpresa gli scettici la decisione di Pat Riley di allungare il contratto al suo protetto nonostante le difficoltà dimostrate contro Nowitzki e soci.
Ma la mossa non aveva colto di sorpresa l’entourage degli Heat, la squadra e i tifosi più “lucidi” della squadra della Florida, perchè aveva taciuto sul nascere una possibile fonte di distrazione all’interno dell’ambiente, dando sicurezza e certezze per un percorso intrapreso senza sconvolgimenti che a fine anno ha pagato i suoi dividendi con il secondo titolo della franchigia, il primo di LeBron James.
Sul finire della stagione 2008 quando Pat Riley decise di ritirarsi dietro una scrivania lasciando il bordocampo, Erik Spoelstra “ereditò” i Miami Heat dal suo mentore.
Erano gli Heat che avevano appena terminato una disastrosa stagione, mancando e non di poco i Playoff, alle prese con la disgregazione del gruppo vincitore del titolo del 2006, già cominciata l’anno prima con le cessioni di Antoine Walker, Gary Payton e James Posey.
Nel corso dell’anno fecero fagotto pure Shaquille O’Neal ceduto ai Phoenix Suns e Zo Mourning costretto al ritiro da un grave infortunio al ginocchio.
Annata sfortunata fu quella, contrassegnata dagli infortuni di Dwayne Wade e da una situazione salariale che non permetteva manovre vantaggiose.
Spoesltra divenne l’Head Coach di una squadra in ricostruzione dopo aver servito nell’organizzazione Heat dal 1995 con molteplici ruoli, partendo da un compito di video coordinator scalando di anno in anno le gerarchie.
Nel 2001 divenne assistente allenatore di Pat Riley, addetto allo sviluppo dei giovani.
Sotto le sue mani, fino al 2008 sono transitati quelli che poi sono divenuti da un lustro a questa parte gli uomini simbolo dello spogliatoio Heat: Dwyane Wade e Udonis Haslem.
La sintonia sviluppata nel corso di interminabili sedute di tiro o allenamenti individuali ha permesso a coach Spo di avere rispetto incondizionato e reciproco dei suoi due giocatori simbolo, per impegno, carattere e etica del lavoro.
I primi due anni sulla panchina Heat di Spoelstra sono serviti a ricostruire dalle basi la squadra, svecchiando il roster, ottenendo flessibilità contrattuale, sviluppando il talento grezzo a disposizione con gli innesti di Mario Chalmers e Micheal Beasley sotto l’egidia e la leadership di un Wade che dopo alcune vicissitudini fisiche e personali (il divorzio e l’affido dei figli) stava tornando ad essere il giocatore scintillante e devastante del 2006.
Ma soprattutto sono serviti a dare un metodo di lavoro e una direzione tecnica ad una squadra che di lì a poco sarebbe profondamente cambiata, con l’aggiunta di LeBron James e Chris Bosh.
Dall’estate del 2010 l’onore di essere il coach degli Heat per coach Spo diventò l’onero di essere il coach di una delle squadre più chiaccherate dalla storia.
Su di lui in molti puntavano il dito contro:
- Troppo giovane per allenare quella fuoriserie
- Senza carisma per farsi intendere da James
- La figura di Riley troppo incombente per tenerlo a lungo alle redini della squadra
- Incapace di imporre un proprio stile di gioco
Dopo due anni, non ha smentito tutti i dubbi su di lui, ma è ad un buon punto nel farlo.
E’ stato uno dei coach più giovani a vincere un titolo NBA, è riuscito nel corso dei mesi a farsi rispettare da James, grazie anche all’aiuto del duo di califfi Wade/Haslem ma soprattutto all’enorme passo avanti mentale eseguito dall’MVP di stagione regolare che ha capito di dover essere più umile e più ricettivo
E’ riuscito a fare da parafulmine durante i momento negativi di squadra e mettersi in un angolo quando le cose andavano bene e lasciare il proscenio ai propri giocatori.
Ha saputo plasmare un gruppo, concentrandosi sui vantaggi che poteva offrirgli piuttosto che imporre un rigido sistema di gioco fatto di schemi e disegni su una lavagna.
C’è molto del suo merito nella grandiosa cavalcata degli Heat verso il titolo NBA.
Ha saputo “registrare” i propri errori, ha cambiato le carte in tavola più volte nel corso dei playoff ed è sempre riuscito a mettere i suo giocatori nella condizioni migliori di dare il meglio di loro stessi, per la squadra.
Il rapporto con i giocatori è stato un altro punto di svolta della sua carriera post-decision.
Nei primi due anni da Head Coach è parso sempre un sergente di ferro, in pieno stile Riley, non facendo prigionieri e non guardando in faccia nessuno (leggete pure Micheal Beasley e Dorrell Wright).
Negli ultimi due anni si è aperto di più verso i suoi giocatori, comunicando con loro, forte del pieno appoggio dello spogliatoio ma anche un modo di approcciarsi che puntava forte sulle motivazioni e gli stimoli, seguendo sempre le orme del suo “padre putativo”, Pat Riley.
Il rapporto appunto con Riley è uno dei motivi per cui Spoelstra dopo le deludenti finals dello scorso anno e una balbettante stagione regolare 11/12 è ancora saldo sulla panchina degli Heat.
Nonostante le voci insistenti di un divorzio in vista, Riley, conscio del suo ascendente verso la squadra, verso la dirigenza e verso il suo staff tecnico è sempre stato dalla parte del coach, difendendolo in pubblica piazza, usando spesso termini come “famiglia Heat”, “tranquillità” e “pazienza” nelle proprie dichiarazioni alla stampa anche in momenti tormentosi.
L’esempio di Riley ha traghettato Erik Spoelstra verso una meticolosa maturazione, come Head Coach in grado di trascinare, nel suo piccolo, una squadra al titolo.
Sono rinomati i momenti durante gli allenamenti in cui il coach di origini filippine e il presidente si appartano per discutere e scambiarsi opinioni, magari allargando il cerchio a Ron Rothstein che nell’ideale famiglia Heat ricopre il compito dello suo “zio saggio”, che sottovoce sussurra perle di saggezza.
Però Spoelstra non è arrivato in alto solamente grazie agli aiutini di un coach che negli anni 80 ha vinto titoli e trofei costruendosi la reputazione di santone NBA, ma ha costruito il suo futuro con il lavoro e la cura maniacale dei dettagli.
Ha trasformato gli Heat in una squadra in grado di vincere il titolo partendo da un concetto tanto caro ai coach NBA quanto difficile da raggiungere avendo stelle di prima grandezza in squadra: la difesa.
Ha convinto i vari James e Wade a impegnarsi difensivamente non solo per pochi minuti a partita, ma continuativamente. Ha fatto diventare un difensore apprezzabile Chris Bosh, che nei suoi anni a Toronto era uno dei peggiori lunghi nella propria metà campo dell’intera lega. Ha trovato la pace dei sensi allenando specialisti come Battier, Anthony, Haslem, Chalmers, costruendo uno dei sistemi difensivi migliori della lega, assieme a quello dei Chicago Bulls e dei Boston Celtics.
Dalla difesa sono nate tutte le fortune degli Heat in questi due anni. Quando il livello di concentrazione, attenzione, attività era alto Miami ha sempre avuto poche difficoltà anche a fronte di un attacco balbettante per gran parte del tempo.
Un attacco che oggi per coach Spoelstra è il vero banco di prova da superare per consacrarsi come uno dei migliori coach NBA, dopo 4 anni passati in un angolo ad aspettare il proprio momento di gloria.
Il titolo ha dato credibilità al suo lavoro ed ha tolto pressione a James, tanto quanta ne ha tolta a Spoelstra.
Adesso non ha più una spada di Damocle sulla testa pronto a trafiggerlo.
Con gli innesti di Ray Allen e Rashard Lewis ha ancora più qualità offensiva. Una qualità offensiva permessa anche dal nuovo James più propenso a giocare vicino a canestro, il nuovo ruolo di qualità abbracciato da Wade e dall’impatto di Bosh come finto centro per un quintetto che apre il campo, molto dinamico e mobile da ambo i lati del campo.
Forti di una delle migliori difese della lega, e di un attacco pieno di alternative e possibilità di crearsi mimacht, il compito per la stagione 12/13 di Spo è di fare lo step successivo, ovvero creare una macchina che sia in grado di giocare con il pilota automatico e in modo continuo nel corso della stagione senza le pericolose montagne russe che negli ultimi due anni hanno contraddistinto le regular season degli Heat.
Alla soglia dei 42 anni, li compierà il 1° novembre, la carriera di Erik Spoelstra è in piena ascesa.
Non male per uno che fino a pochi mesi era considerato uno zimbello da molti fans e addetti ai lavori.

